Archivi categoria: esercizi di stile

L’anima non conta

Mettere su qualche canzone indie, aprire il browser, loggare nel blog ed iniziare a scrivere cullato da melodie conosciute a cui ritorno ogni volta che mi sento depresso. Questo è uno dei miei hobby preferiti, oltre a rassegnarmi al fatto di usare inglesismi. Ricordo ancora le parole del mio professore di lettere alle superiori: “l’uomo scrive con la stessa naturalezza con cui il ragno tesse la tela” citando qualcuno che non ricordo e a quanto pare neanche Google. Sarà vero? Non conosco molte persone, ma credo i tempi siano cambiati. Sicuramente però anche l’uomo, come il ragno, rischia di rimanere incastrato nella sua tela di parole e non riuscire più a liberarsene. Non riesco ad arrendermi alla mia mediocrità, sta tutta lì la causa della mia depressione. E un altro inutile passo in avanti l’abbiamo fatto.

Beauty and the Beast

La bellezza è difficile da spiegare. È un movimento, un gesto, uno sguardo, un sorriso. Non bastano belle parole a comporre un bel testo, ma allo stesso tempo un bel testo deriva da belle parole e questo è un paradosso difficile da capire. Per quanto un materiale sia complicato, è pur sempre costuito da singoli atomi, ma ultimamente mi sembra proprio di avere questo problema: riuscire ad afferrare il tutto senza poter decifrare le piccole parti. O come si suol dire, più semplicemente, non trovo le parole. Di fronte a me vedo uno distesa innevata, due laghi ghiacciati ed una luna scarlatta: un quadro delicato. Forse è questa la soluzione, i quadri vanno semplicemente visti e non descritti.

There is love

Ci sono giorni in cui non riesco a combinare nulla, in cui il peso dei miei pensieri grava su di me, come un enorme macigno e mi tiene bloccato. Navigo forsennatamente alla ricerca di risposte con questo mare in tempesta. Una canzone, delle parole, una boccata d’aria per tornare a respirare. La depressione fa schifo. Non importa la tua condizione sociale, economica, se sei depresso vorresti semplicemente sparire da tutto e da tutti. É una lotta contro un nemico invisibile in cui puoi chiedere sì aiuto, ma alla fine devi vincere da solo. Ho fatto progressi, grazie alla terapia e grazie alla meditazione, ma alle volte basta veramente un niente per ritrovarsi a fare di nuovo tutta quella strada. Un po’ come la punizione di Sisifo, un attimo e la roccia rotola di nuovo alle pendici della montagna. Anche se la strada la conosci, la gravità ti fa sforzare ugualmente. Non mi piace parlarne, ma vorrei che se ne parlasse di più, perchè ogni anno fa più vittime di quanto crediamo. Molti potrebbero essere nella stessa situazione, nell’ombra, senza mai uscirne. Il segreto è parlare, chiedere aiuto. Come dice il Dottore there is, surprisingly, always hope. Alla fine, però, non ci sarà nessun applauso.

 

 

Crosticina

Ho sempre avuto il vizio di staccare le croste delle ferite. So che non va fatto, ma è sempre stato più forte di me. Questo ha riempito il mio corpo di piccole cicatrici che qualcuno trova carine, altri le trovano ripugnanti e di cui a me personalmente non frega niente, come d’altronde non m’importa nient’altro della mia persona. Faccio la stessa cosa con le ferite che non sono fisiche. Succede allora che dopo anni sono ancora lì a sanguinare ed io ad infilarci un dito dentro, rigirandolo lentamente. Fa male, ma è una cosa di cui non posso fare a meno.

Svuota cestino?

Mi piacciono molto i capelli rosa di quella ragazza, ma non parlo troppo bene francese.
Penso a tutte le parole che non ho detto in vita mia, ma che avrei voluto. Come teste di serpenti fanno capolino dalle rocce dei miei emisferi cerebrali. Le guardo, sibilanti.
Faccio strani sogni con persone di cui attualmente ignoro l’esistenza. Esistono quindi nei miei sogni, che non è necessariamente un male.
Ho imparato a respirare più piano.
Comincio a vedere l’ansia come la compagna d’avventure che non ho mai avuto.
La cosa più importante per me è l’amore. No, scusate, la pasta è più importante. Anzi, probabilmente il caffè.
Mi crea più difficoltà fare la lavatrice che spiegare meccanica quantistica.
“Mi fai ridere” è la frase più bella che una ragazza possa dirmi. Anche la più brutta.

Buonanotte

La bugia che mi dico più spesso è “stasera vado a letto presto” e puntualmente mi ritrovo a mezzanotte passata con in testa ancora diversi pensieri. Mi sarò dimenticato di qualcosa d’importante da fare oggi? Cosa ho in programma per domani? Come mi sento, come non sto. Dovrei andare a dormire se voglio alzarmi all’ora prefissata, ma il rombo dei pensieri che viaggiano sulla mia autostrada neurale mi tiene sveglio. Piove, ed io con lei.

Non ricordo esattamente il motivo che mi spinse ad aprire un blog, ma credo fosse perché non avevo qualcuno di particolare a cui augurare la buonanotte. Ed eccoci qua, ora come allora, quindi buonanotte.

Sì, viaggiare

Mi sento sempre estremamente nostalgico quando viaggio. Di solito mi preparo mille cose da fare: il libro da leggere, serie tv arretrate, qualche articolo da studiare, ma alla fine me ne sto sempre seduto a guardare il panorama scorrere fuori dal finestrino sentendo della musica. Pensare, quando si viaggia, è la cosa più naturale che ti capita e io sono maledettamente bravo a pensare.

Mi sento sempre tremendamente malinconico in treno. Sarà quel ritmo costante, sarà l’aria un po’ grigia che ammiro dal finestro, saranno le note dei Death Cab nelle mie orecchie, precisamente non lo so. Incontri mille facce, che ti sembrano un po’ tutte uguali, e tante storie passano davanti ai tuoi occhi.

Il viaggio è sempre la parte bella, la connessione fra due punti nello spazio e due punti nel tempo*. Da questa definizione, consegue che per la verità noi ci troviamo sempre in viaggio, ma non sempre riusciamo a goderci il panorama fuori dal finestrino. Penso di essere sul treno sbagliato, ma, cavolo, avete visto fuori che paesaggio?

*Tecnicamente sarebbe giusto dire “due punti nello spazio-tempo”, ma visto che la velocità dei treni è, attualmente, molto minore di quella della luce, non è errato considerare le due entità separatamente. Si lascia la dimostrazione al lettore.

Inserisci qui il titolo

Mi ero ripromesso di scrivere di più. Non mi mancano certo le parole, anzi ultimamente sento di parlare anche troppo e un po’ non mi riconosco. Le parole accumulate durante gli anni stanno piano piano trovando la loro via d’uscita e ora potrei riempirci un armadio. Dicevo, mi ero ripromesso di scrivere di più e ho mantenuto parzialmente questa promessa. Il problema è che la maggior parte delle cose che scrivo finiscono per essere cancellate o in bozze che non vengono pubblicate. Perchè? Perchè sono un maledetto perfezionista e, alla vista del minimo difetto, voglio nascondere tutto. Lo sono sempre stato perfezionista, non tollero mai errori da me stesso e quando, immancabilmente, ne compio uno, mi sento mortificato.

Ecco, quando qualcuno dice che sono stronzo, non lo faccio apposta. Quello stesso atteggiamento da stronzo ce l’ho verso me stesso. Credo sia dovuto al fatto che mio padre mi abbia sempre criticato, qualunque cosa facessi, e mai premiato, ma non gliene faccio una colpa. Anzi, comincio a pensare ai lati positivi, se non avessi questo atteggiamento masochista probabilmente non avrei raggiunto i miei piccoli traguardi personali.

Certo, ci sono anche lati negativi, tipo il fatto che mi sento continuamente una merda, ma potrebbe andare peggio. Sono una persona profondamente ottimista, anche se sembra difficile da credere. In questo preciso momento sono arrivato al punto in cui l’impulso di cancellare tutto si manifesta, tanto non gliene frega a nessuno di quello che scrivi. Ed è vero, tutti al giorno d’oggi abbiamo qualcosa da dire e niente distingue la mia merda da quella di un altro. Oggi ho incontrato il mio vecchio professore di italiano e mi sono ricordato di quanto scrivessi da adolescente. Parlando mi sono ricordato della mini opera “Diario di un nerd senza internet”, un diario che ho tenuto per due mesi in cui mi sono ritrovato senza connessione. Io, nerd precoce che non sapeva vivere senza già da adolescente. Quanti file salvati su disk esterno che non vedranno mai la luce.

Insomma, le parole non mi mancano e le idee neppure, il problema è l’atteggiamento. I cambiamenti, per avere effetto, hanno bisogno di tempo, ma i risultati iniziano a vedersi. Innanzitutto, non ho cancellato questo post.

 

 

Domande senza risposta

L’altro giorno ero a mettere il diesel nella macchina. Era sabato, quindi la pompa era in modalità self-service. Arriva un’altra auto mentre io ero ancora lì, scende un tizio con la sigaretta accesa in bocca e lo guardo male. É tanto difficile capire che fumare in un posto dove c’è della benzina forse non è proprio il massimo della sicurezza? Colpa mia che sono paranoico. In ogni caso, mentre rimettevo a posto la pompa il tizio con un accento palesemente non italiano mi chiede se avessi da cambiare i suoi dieci euro con due da cinque. Lo guardo, gli rispondo no senza neanche controllare il portafoglio. Risalgo in macchina e mi sale un dubbio. Ommioddio, avrà pensato che sono uno stronzo testadicazzo razzista perchè gli ho detto di no senza guardare il portafoglio, ma sapevo di non averle perchè per il mio OCPD ricordo a memoria ogni banconota che ho. Ci ho pensato per un paio d’ore, si può definire moderna una società dove devo far finta di controllare il portafoglio per non sembrare maleducato?

Poi perchè sono mesi che provo a scrivere, con parole che finiscono in bozze non pubblicate, fogli sulla scrivania e pensieri ridondanti, e alla fine ci riesco solo per un fatto tanto insignificante?

Fire in the bus

Li vedo dal finestrino, pronti all’azione. Sono in sei, sembrano uno SWAT Team, sono i controllori degli autobus a Rennes. Salgono e, guardandoti dritto negli occhi, ti chiedono severamente di mostrare il tuo titolo di viaggio, quasi siano veri militari. Se ti trovano irregolare, ti chiedono con altrettanta fermezza un documento e la carta di credito. Sono attrezzati col POS loro, la scusa del non ho soldi dietro con la speranza che la multa non arrivi mai a casa non funziona.

Qualcuno si rifiuta e si arrabbia, ma loro sono fermissimi nella loro autorevole posizione. Parlo poco francese, ma l’orecchio un po’ l’ho fatto e capisco che il tipo e il controllore stanno litigando. Si stanno anche leggermente insultando, ma lo fanno in tutta tranquillità, col sorriso sulle labbra. La cosa mi stupisce, in Italia probabilmente qualcuno avrebbe già spaccato botilia, qui invece le spaccano solo il giovedì sera, ma così, per divertimento, quando sono spaccati a merda.

I controllori hanno completato la loro missione, salutano cordialmente e scendono. Ad aspettarli un furgoncino, pronto a partire verso il prossimo obiettivo.