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Post a cuore aperto

“Ma non scrivi più?” mi ha chiesto nessuno. Perchè non ho mai scritto per altri, ma sempre e solo per me stesso, perchè mi piace ed è un modo per lasciar uscire un fiume di pensieri e svuotare, almeno un po’, la testa. Ho continuato a scrivere, in un libricino, in modo spontaneo, quasi selvaggio, ed è stato una sorta di esperimento in cui sono uscite fuori cose interessanti. L’ultimo anno per me non è stato semplice, senza una ragione specifica. O meglio, una ragione c’è, soffro di depressione, anche se non ho mai voluto ammetterlo, a me per primo e soprattutto agli altri.

Giorno dopo giorno, continuavo a sprofondare dentro un baratro, senza accorgermene. “Passerà, oggi è stato un giorno un po’ così, capita” continuavo a ripetermi. Però non passava, i pensieri peggioravano. “Sei un fallito, probabilmente non combinerai nulla di buono in vita tua”. Improvvisamente è diventato difficile persino alzarsi dal letto, trovare delle ragioni per vivere e continuare quella mia patetica vita. La cosa peggiore? Non ho mai parlato con nessuno, per quello stigma che ruota intorno alle malattie mentali, la paura di non essere compreso e di essere additato. Quei piccoli piaceri che tenevano insieme i pezzi, piano piano perdevano il loro potere adesivo. Spesso piangevo senza motivo, chiuso dentro la mia stanza. Un giorno di luglio, mentre guidavo in autostrada, ho iniziato a programmare come suicidarmi. Fortunatamente, in quel momento qualcosa è scattato, ed ho chiesto aiuto. Avrei dovuto farlo molto prima, ma si sa che ho un serio problema con la procrastinazione. Cavolo, questo post volevo scriverlo ad agosto ed è metà ottobre!

Sarebbe bello ora chiudere dicendovi che ora va tutto bene ed ho superato il demone cattivo, ma non è così e temo sia una cosa con cui dovrò convivere. Ammettere un problema è sempre il primo passo, ed anche quello più difficile. Se anche solo sospettate di avere un disturbo di questo tipo, non fate il mio stesso errore e parlate con qualcuno, possibilmente uno specialista. Anche io sto cercando di essere più aperto, per aiutare a diminuire lo stigma sociale che ci gira intorno, e far capire che la depressione non è una scelta, ma una malattia per cui, ogni anno, molte persone decidono di farla finita. Questo post è un altro passo in quella direzione.

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Sistemi di riferimento

Non ricordo esattamente a quale età, ma imparai a fare la verticale quando ero molto piccolo. Penso intorno ai 5 anni, grazie ad un’insegnante di ginnastica che abitava nel complesso di palazzi dove ho vissuto fino agli 8 anni circa. Mi sarebbe piaciuto fare qualche anno di ginnastica artistica, ma riuscii a fare solo qualche lezione tramite il karate.

Ricordo anche di essere stato un bambino abbastanza irrequieto, alle elementari ero solito stare in piedi vicino al termosifone, non mi piaceva stare seduto. A casa ballavo continuamente e mia nonna disse che avrei dovuto fare il ballerino. Forse aveva ragione, ma per ora, apparte qualche passo di danza insegnato da una colombiana, non ho mai preso lezioni. A Rennes mi sarebbe piaciuto provare lindy hop, ma la barriera linguistica mi spaventava. Ho cercato qui nella mia città, ma ho trovato solo latino americani.

Il primo linguaggio di programmazione che ho appreso è stato il basic, tramite il cd demo della playstation 2, con cui facevo figure geometriche colorate che si muovevano. Sono stato sempre abbastanza propenso e affascinato dalla programmazione, forse avrei dovuto fare informatica. Senza contare il fatto che sono cresciuto a pane e videogames, dall’amiga 500, passando per la playstation fino al pc nell’era degli mmorpg.

Gli anni del liceo furono quelli in cui iniziai a leggere manga e guardare anime. Mi appassionai ancora di più alla cultura giapponese, passione nata con il karate che ancora praticavo. Mi piacerebbe ancora studiare il giapponese come quarta lingua. Gli ultimi anni del liceo invece iniziai a leggere molta narrativa, colpa del lavoro da bagnino, dove era uno dei pochi passatempi praticabili nei momenti morti, gli apparecchi elettronici e la sabbia non vanno molto d’accordo. Ed iniziai, di conseguenza, a scrivere parecchio, cosa che fortunatamente mi è rimasta.

Quando fu tempo di scegliere l’università ho praticamente considerato ogni facoltà possibile, apparte medicina, io e il sangue non siamo mai andati d’accordo. Alla fine la scampò fisica per la mia propensione matematica e la mia innata voglia di comprendere le cose. Questa sete di conoscenza è però in realtà più ampia: anche la psicologia e l’antropologia mi affascinano parecchio.

Non mi ricordo chi m’insegnò a giocare a scacchi, ma ho tutta la collezione delle uscite settimanali di dragon ball z e gt scacchi. Ho giocato seriamente per un anno con dei risultati promettenti, ma ho smesso per colpa della poca sportività fra i giocatori. Ogni tanto però mi piace dilettarmi con qualche partita.

Due anni fa ho iniziato a tirare con l’arco, visto che da piccolo li costruivo con spago e legni. Era rimasto un desiderio inespresso. Me ne sono ricordato guardando Arrow, una delle tantissime serie tv che seguo.  Ho anche ripreso a giocare a Magic: The Gathering, cosa che avevo appreso nei primi anni di liceo durante le salate.

Il punto del discorso è questo: ho avuto mille passioni diverse, di cui molte duravano solo per un periodo limitato, e questo mi ha fatto sempre sentire come un incoerente o uno con le idee poco chiare. Insomma, ho visto questo mio lato sempre come un problema. Negli ultimi tempi invece ho fatto un cambio di prospettiva, invece di vederla come incoerenza, la chiamo curiosità e sono contento di tutte le esperienze fatte, di quello che mi hanno lasciato e per tutte quelle che devo ancora fare. Come ogni buon fisico sa, prendendo il giusto sistema di riferimento, un problema può rivelarsi banale.

Mind the gap

Un vecchio proverbio afferma: “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. In questo mare ci muore affogata un sacco di gente ogni anno. Io sono sempre alla continua ricerca di una perfezione personale, che, nonostante sia irraggiungibile, continua a farmi muovere. Moto perpetuo verso niente, depressione alle spalle. Per questo, quando dico qualcosa sulla falsa riga di “mi piacerebbe fare [x]”, molto probabilmente la faccio. In questo modo ho sempre vissuto senza dover dire “mi sarebbe piaciuto fare”, tranne per un’unica eccezione: suonare uno strumento. Ci ho provato, senza troppo successo.

Mi ricordo che alle superiori Jonathan, un mio compagno di classe, mi diede qualche lezione e mi prestò un suo basso per iniziare a strimpellare, ma dopo un po’ lasciai perdere perchè mi sentivo negato. Al solito, ogni volta che il gioco inizia a farsi duro, mollo senza neanche provarci. A volte mi chiedo come abbia fatto a laurearmi.

Ho provato poi con la chitarra, riuscivo a fare qualche canzone, ma ho abbandonato. La chitarra è di mio fratello e non potevo portarla a Camerino dove passavo la maggior parte del mio tempo. Non volevo comprarne un’altra. E mi ricordo che avevo un’altra scusa.

Mentre ero a Rennes, mi è (ri)capitato di dire che mi sarebbe sempre piaciuto saper suonare qualcosa. Ho deciso allora di riprovarci, con uno strumento diverso, che non fosse a corde. Qualcosa che non fosse troppo difficile. Ho pensato prima al flauto, visto che avevo imparato a suonarlo alle medie, come tutti, ma non m’ispirava. Qualcosa che potessi portare sempre con me. Così ho comprato un’armonica a bocca.

È bello coprire quel buco che separa il dire e il fare. Se vi capita quindi di dire “mi piacerebbe fare [x]”, il mio consiglio è semplicemente di muoversi per farlo. Anche perchè i chiacchieroni che parlano senza dire niente li ho sempre sopportati poco.

Ma petite Rennes

Partiamo dal presupposto che i francesi mi stavano sul cazzo. Non per un particolare motivo, ma per una presa di posizione, così per fare, come va tanto di moda adesso. L’anno scorso mi è stato proposto di passare un mese a Rennes, in Bretagna, e mi sono detto perchè no, è pur sempre un’esperienza. Poi mi sono ritrovato a fare il possibile per tornarci e ho avuto la possibilità di starci per sei mesi. Probabilmente i miei sentimenti per questa città non sono totalmente obiettivi per colpa delle persone fantastiche che ho conosciuto, ma tuttavia ci sono dei dati più oggettivi. Potrei fare una lista, ma non ne ho voglia, ho mangiato troppo oggi e rimandato troppo questo articolo. Inoltre, il punto è un altro: è la prima volta che mi sono innamorato di una città. E buon Natale.

Lezioni dal terremoto

Quest’estate sono rimasto in Francia, non sono rientrato per le vacanze. Ero quindi lontano quando è accaduto il terremoto ad Amatrice. Quel giorno mi sono svegliato ed ho visto i diversi messaggi sulle chat di gruppo con gli amici. La prima sensazione a presentarsi è stata la preoccupazione, quindi per assecondarla ho chiamato casa e mi sono assicurato che tutte le persone a cui tengo stessero bene.
Subito dopo è salita una sensazione strana, quasi di colpa. È successo qualcosa di terribile vicino alla mia terra ed io sono lontano, questo mi ha reso triste. Quanto siamo ipocriti noi essere umani, ci curiamo solo di quello che ci sta vicino, in senso figurato e non, ma forse è un bene. Dovremmo preoccuparci davvero di tutto, probabilmente l’ansia sarebbe la prima causa di morte al mondo.
Ho pensato poi a tutte le persone morte e di quanto in realtà noi siamo fragili. Di come domani già potrebbe essere troppo tardi per essere felici. Non possono esistere preoccupazioni così grandi da impedirci di vivere serenamente. L’ultima sensazione è stata, quindi, la calma.

Il secondo terremoto invece l’ho vissuto in prima persona: è stata la sveglia per ricordarmi quello che avevo appreso.

 

Mindfulness

Da circa un anno ho intrapreso un percorso personale, introducendo man mano cambiamenti nella mia vita al fine di migliorarla. Chi un po’ mi conosce sa quanto la prima parte del 2015 sia stata per me un pessimo periodo. Da ogni esperienza, brutta o bella che sia, cerco di trarne il meglio e da quel periodo ho trovato un po’ di forza per riprendermi. Mio fratello dice che in famiglia scorre la resilienza, magari è vero. Cosa è cambiato in un anno? Diverse cose. Sto meglio? Probabilmente sì, ma ci sono ancora diversi mattoni da cementificare per completare la casa.

Uno dei nuovi elementi introdotti nella mia vita è stata la meditazione. Ogni volta che salta fuori il discorso sono sempre tutti curiosi e mi immaginano a gambe accavallate, braccia all’infuori con pollice e indice che si toccano mentre esalo degli “om” di fronte al sorgere del sole in terrazzo.
No.
È molto più semplice. Ho imparato attraverso un app per cellulare che si chiama Headspace, creata da Andy Puddicombe (potete trovare un suo TED Talk qui, in cui spiega l’importanza, secondo lui, della meditazione). L’applicazione è in inglese e vi introddurà alla cosidetta meditazione mindfulness, il cui principio è quelli imparare a concentrarsi sulle proprie sensazioni e azioni per viverle consciamente. Apparte la precedente supercazzola, a me ha aiutato parecchio nell’imparare a gestire meglio la matassa di pensieri che continuamente occupa la mia testa.  Scaricando l’app avete 10 lezioni gratis che corrispondono al primo percorso, poi attraverso un abbonamento avrete accesso a tutti i vari pacchetti specifici (io ho completato finora quello sull’autostima, concentrazione, ansia, gentilezza oltre ai tre pacchetti iniziali). Perchè quindi non provare? Senza contare gli studi positivi in merito alla meditazione, è una cosa che consiglio a tutti.

Se siete poi arrivati a leggere fino a qui, il motivo per cui ho fatto in realtà questo articolo è che posso donare 30 giorni gratuiti dell’app completa. Se, quindi, terminati i 10 giorni gratuiti volete provare l’app intera gratuitamente, chiedete. Chi prima arriva, prima alloggia.

Altra cosa: per chi fosse interessato, ma non mastica l’inglese o preferisce incontrarsi con altre persone, in zona Macerata, potete contattare il mio amico Paolo Roganti (paolorog@gmail.com), diventato da poco istruttore mindfulness. Vi potrà fornire maggiori informazioni a riguardo.

There is love

Ci sono giorni in cui non riesco a combinare nulla, in cui il peso dei miei pensieri grava su di me, come un enorme macigno e mi tiene bloccato. Navigo forsennatamente alla ricerca di risposte con questo mare in tempesta. Una canzone, delle parole, una boccata d’aria per tornare a respirare. La depressione fa schifo. Non importa la tua condizione sociale, economica, se sei depresso vorresti semplicemente sparire da tutto e da tutti. É una lotta contro un nemico invisibile in cui puoi chiedere sì aiuto, ma alla fine devi vincere da solo. Ho fatto progressi, grazie alla terapia e grazie alla meditazione, ma alle volte basta veramente un niente per ritrovarsi a fare di nuovo tutta quella strada. Un po’ come la punizione di Sisifo, un attimo e la roccia rotola di nuovo alle pendici della montagna. Anche se la strada la conosci, la gravità ti fa sforzare ugualmente. Non mi piace parlarne, ma vorrei che se ne parlasse di più, perchè ogni anno fa più vittime di quanto crediamo. Molti potrebbero essere nella stessa situazione, nell’ombra, senza mai uscirne. Il segreto è parlare, chiedere aiuto. Come dice il Dottore there is, surprisingly, always hope. Alla fine, però, non ci sarà nessun applauso.

 

 

Crosticina

Ho sempre avuto il vizio di staccare le croste delle ferite. So che non va fatto, ma è sempre stato più forte di me. Questo ha riempito il mio corpo di piccole cicatrici che qualcuno trova carine, altri le trovano ripugnanti e di cui a me personalmente non frega niente, come d’altronde non m’importa nient’altro della mia persona. Faccio la stessa cosa con le ferite che non sono fisiche. Succede allora che dopo anni sono ancora lì a sanguinare ed io ad infilarci un dito dentro, rigirandolo lentamente. Fa male, ma è una cosa di cui non posso fare a meno.

Wednesday Morning, 3 A.M.

I giorni precedenti alla mia prima presentazione ad una conferenza non riuscivo a dormire e facevo fatica a mangiare, quasi peggio di quando m’innamoro. Mi capitava di svegliarmi in piena notte, accendere il pc e modificare qualcosa della presentazione che tanto di dormire non se ne parlava. A quella conferenza poi andai da solo, salito sul palco iniziai a parlare della struttura dei metalli liquidi ad un pubblico non troppo interessato. Tremavo, per l’emozione e per il pessimo periodo in cui mi capitò di fare questa cosa. Purtroppo (?) sono un tipo iper-sensibile e facilmente emozionabile, mi ricordo che alle elementari non riuscivo neanche a recitare le poesie di fronte alla classe. In qualche modo, però, l’ho spuntata. Ci sono state poi altre conferenze a cui sono sopravvissuto nonostante la mia appartenenza al cluster C. Di volta in volta diventa più facile, la pratica rende perfetti, ma quella prima volta per me fu davvero estenuante. Ad oggi, ogni volta che passo un momento di difficoltà o di blocco, ripenso a quella situazione pensando che se sono stato in grado d’affrontarla posso affrontare qualsiasi cosa. Un po’ aiuta.

Inserisci qui il titolo

Mi ero ripromesso di scrivere di più. Non mi mancano certo le parole, anzi ultimamente sento di parlare anche troppo e un po’ non mi riconosco. Le parole accumulate durante gli anni stanno piano piano trovando la loro via d’uscita e ora potrei riempirci un armadio. Dicevo, mi ero ripromesso di scrivere di più e ho mantenuto parzialmente questa promessa. Il problema è che la maggior parte delle cose che scrivo finiscono per essere cancellate o in bozze che non vengono pubblicate. Perchè? Perchè sono un maledetto perfezionista e, alla vista del minimo difetto, voglio nascondere tutto. Lo sono sempre stato perfezionista, non tollero mai errori da me stesso e quando, immancabilmente, ne compio uno, mi sento mortificato.

Ecco, quando qualcuno dice che sono stronzo, non lo faccio apposta. Quello stesso atteggiamento da stronzo ce l’ho verso me stesso. Credo sia dovuto al fatto che mio padre mi abbia sempre criticato, qualunque cosa facessi, e mai premiato, ma non gliene faccio una colpa. Anzi, comincio a pensare ai lati positivi, se non avessi questo atteggiamento masochista probabilmente non avrei raggiunto i miei piccoli traguardi personali.

Certo, ci sono anche lati negativi, tipo il fatto che mi sento continuamente una merda, ma potrebbe andare peggio. Sono una persona profondamente ottimista, anche se sembra difficile da credere. In questo preciso momento sono arrivato al punto in cui l’impulso di cancellare tutto si manifesta, tanto non gliene frega a nessuno di quello che scrivi. Ed è vero, tutti al giorno d’oggi abbiamo qualcosa da dire e niente distingue la mia merda da quella di un altro. Oggi ho incontrato il mio vecchio professore di italiano e mi sono ricordato di quanto scrivessi da adolescente. Parlando mi sono ricordato della mini opera “Diario di un nerd senza internet”, un diario che ho tenuto per due mesi in cui mi sono ritrovato senza connessione. Io, nerd precoce che non sapeva vivere senza già da adolescente. Quanti file salvati su disk esterno che non vedranno mai la luce.

Insomma, le parole non mi mancano e le idee neppure, il problema è l’atteggiamento. I cambiamenti, per avere effetto, hanno bisogno di tempo, ma i risultati iniziano a vedersi. Innanzitutto, non ho cancellato questo post.