Un post quantistico

Una battaglia che da tempo porto avanti è quella sul disuso del termine quantistico. Fortunatamente al giono d’oggi questa tendenza sembra essere molto diminuita, per lo meno nei film e nelle serie tv, dove sempre più spesso accade che a registi e sceneggiatori si affianchino esperti scienziati per evitare minchiate. In passato, invece, ogni volta che succedeva qualcosa di inspiegabile, ci si metteva una pezza quantica.
Circa due anni fa vidi una puntata del testimone di Pif, quella sui corsi motivazionali, ed andai fuori di testa per quante persone dissero una cosa sulla linea di “la fisica quantistica ci dice che c’è un’uguaglianza fra la massa e l’energia” o “ormai anche la fisica quantistica ha dimostrato che le filosofie orientali sono vere”.
No.
Semplicemente, no.
Apparte il fatto che è la relatività a mettere in relazione la massa e l’energia, ma tale uguaglianza ha un preciso significato fisico. Della seconda affermazione rimasi sorpreso, chi l’ha dimostrato? Quando? Che poi “ormai”, la fisica quantistica c’ha 100 anni.
Ricerca su internet.
Viene fuori un libro, scritto nel 1975 da un certo Fritjof Capra, che però tanto capra non è, visto che è un fisico. Il libro s’intitola “Il tao della fisica” ed è rimasto lì sul mio comodino per due anni aspettando di essere letto e finalmente è arrivato il suo turno.
Il libro è un excursus sulla storia della fisica dei primi del novecento e sulle filosofie orientali, sottolineando ogni tanto quanto alcune teorie sembrino assomigliare a concetti derivati dalle suddette filosofie. Punto.
È come quelle menate che si trovano su facebook riguardo la legge di Dirac e il legame di due persone o come quei post che mi piace fare a me nel trovare analogie tra fisica e vita reale. Ma è questo il punto, sono analogie, similitudini, non dimostrazioni. Detto questo, ho trovato il libro pure abbastanza noioso, nonostante mi piaccia sia la fisica che le filosofie orientali. Scorre male ed è un po’ pesante.
La merda per certi versi assomiglia alla cioccolata, ma dubito qualcuno ci farebbe una torta.
A meno che sia il compleanno di qualcuno che odia.

[questa cosa volevo scriverla due anni. meglio tardi che mai, suppongo]

[EDIT 30/10/2016: l’episodio de “Il testimone” citato è questo]

Beauty and the Beast

La bellezza è difficile da spiegare. È un movimento, un gesto, uno sguardo, un sorriso. Non bastano belle parole a comporre un bel testo, ma allo stesso tempo un bel testo deriva da belle parole e questo è un paradosso difficile da capire. Per quanto un materiale sia complicato, è pur sempre costuito da singoli atomi, ma ultimamente mi sembra proprio di avere questo problema: riuscire ad afferrare il tutto senza poter decifrare le piccole parti. O come si suol dire, più semplicemente, non trovo le parole. Di fronte a me vedo uno distesa innevata, due laghi ghiacciati ed una luna scarlatta: un quadro delicato. Forse è questa la soluzione, i quadri vanno semplicemente visti e non descritti.

Mindfulness

Da circa un anno ho intrapreso un percorso personale, introducendo man mano cambiamenti nella mia vita al fine di migliorarla. Chi un po’ mi conosce sa quanto la prima parte del 2015 sia stata per me un pessimo periodo. Da ogni esperienza, brutta o bella che sia, cerco di trarne il meglio e da quel periodo ho trovato un po’ di forza per riprendermi. Mio fratello dice che in famiglia scorre la resilienza, magari è vero. Cosa è cambiato in un anno? Diverse cose. Sto meglio? Probabilmente sì, ma ci sono ancora diversi mattoni da cementificare per completare la casa.

Uno dei nuovi elementi introdotti nella mia vita è stata la meditazione. Ogni volta che salta fuori il discorso sono sempre tutti curiosi e mi immaginano a gambe accavallate, braccia all’infuori con pollice e indice che si toccano mentre esalo degli “om” di fronte al sorgere del sole in terrazzo.
No.
È molto più semplice. Ho imparato attraverso un app per cellulare che si chiama Headspace, creata da Andy Puddicombe (potete trovare un suo TED Talk qui, in cui spiega l’importanza, secondo lui, della meditazione). L’applicazione è in inglese e vi introddurà alla cosidetta meditazione mindfulness, il cui principio è quelli imparare a concentrarsi sulle proprie sensazioni e azioni per viverle consciamente. Apparte la precedente supercazzola, a me ha aiutato parecchio nell’imparare a gestire meglio la matassa di pensieri che continuamente occupa la mia testa.  Scaricando l’app avete 10 lezioni gratis che corrispondono al primo percorso, poi attraverso un abbonamento avrete accesso a tutti i vari pacchetti specifici (io ho completato finora quello sull’autostima, concentrazione, ansia, gentilezza oltre ai tre pacchetti iniziali). Perchè quindi non provare? Senza contare gli studi positivi in merito alla meditazione, è una cosa che consiglio a tutti.

Se siete poi arrivati a leggere fino a qui, il motivo per cui ho fatto in realtà questo articolo è che posso donare 30 giorni gratuiti dell’app completa. Se, quindi, terminati i 10 giorni gratuiti volete provare l’app intera gratuitamente, chiedete. Chi prima arriva, prima alloggia.

Altra cosa: per chi fosse interessato, ma non mastica l’inglese o preferisce incontrarsi con altre persone, in zona Macerata, potete contattare il mio amico Paolo Roganti (paolorog@gmail.com), diventato da poco istruttore mindfulness. Vi potrà fornire maggiori informazioni a riguardo.

There is love

Ci sono giorni in cui non riesco a combinare nulla, in cui il peso dei miei pensieri grava su di me, come un enorme macigno e mi tiene bloccato. Navigo forsennatamente alla ricerca di risposte con questo mare in tempesta. Una canzone, delle parole, una boccata d’aria per tornare a respirare. La depressione fa schifo. Non importa la tua condizione sociale, economica, se sei depresso vorresti semplicemente sparire da tutto e da tutti. É una lotta contro un nemico invisibile in cui puoi chiedere sì aiuto, ma alla fine devi vincere da solo. Ho fatto progressi, grazie alla terapia e grazie alla meditazione, ma alle volte basta veramente un niente per ritrovarsi a fare di nuovo tutta quella strada. Un po’ come la punizione di Sisifo, un attimo e la roccia rotola di nuovo alle pendici della montagna. Anche se la strada la conosci, la gravità ti fa sforzare ugualmente. Non mi piace parlarne, ma vorrei che se ne parlasse di più, perchè ogni anno fa più vittime di quanto crediamo. Molti potrebbero essere nella stessa situazione, nell’ombra, senza mai uscirne. Il segreto è parlare, chiedere aiuto. Come dice il Dottore there is, surprisingly, always hope. Alla fine, però, non ci sarà nessun applauso.

 

 

Presi il suo quaderno e cercai fra le pagine. Indicai: Che frustrazione, che cosa patetica, che tristezza.
Lui cercò nel diario e indicò: Il modo in cui mi ha dato quel coltello.
Io indicai: Se fossi stato un altro in un mondo diverso avrei fatto qualcosa di diverso.
Lui indicò: A volte uno ha voglia di sparire e basta.
Io indicai: Non c’è niente di male a non capire se stessi.
Lui indicò: Che tristezza.
Io indicai: E non direi di no a qualcosa di dolce.
Lui indicò: Pianse, pianse, pianse.
Io indicai: Non piangere.
Lui indicò: A pezzi e frastornati.
Io indicai: Che tristezza.
Lui indicò: A pezzi e frastornati.
Io indicai: Qualcosa.
Lui indicò: Niente.
Io indicai: Qualcosa.
Nessuno indicò: Ti amo.
Non c’era modo di girarci attorno. Non potevamo scalarlo, né camminare fino a trovarne il confine.
Che rimpianto, pensare che serve una vita per imparare a vivere una vita, Oskar.

[J. S. FOER; Molto forte, incredibilmente vicino]

Crosticina

Ho sempre avuto il vizio di staccare le croste delle ferite. So che non va fatto, ma è sempre stato più forte di me. Questo ha riempito il mio corpo di piccole cicatrici che qualcuno trova carine, altri le trovano ripugnanti e di cui a me personalmente non frega niente, come d’altronde non m’importa nient’altro della mia persona. Faccio la stessa cosa con le ferite che non sono fisiche. Succede allora che dopo anni sono ancora lì a sanguinare ed io ad infilarci un dito dentro, rigirandolo lentamente. Fa male, ma è una cosa di cui non posso fare a meno.

La bella ragazza non sapeva l’ora, andava di fretta, mi ha risposto: «Buona fortuna» e io ho sorriso, si è allontanata di corsa, l’aria che le gonfiava la gonna mentre correva, qualche volta sono schiacciato sotto il peso di tutte le vite che non sto vivendo.
[J. S. FOER; Molto forte, incredibilmente vicino]

 

Svuota cestino?

Mi piacciono molto i capelli rosa di quella ragazza, ma non parlo troppo bene francese.
Penso a tutte le parole che non ho detto in vita mia, ma che avrei voluto. Come teste di serpenti fanno capolino dalle rocce dei miei emisferi cerebrali. Le guardo, sibilanti.
Faccio strani sogni con persone di cui attualmente ignoro l’esistenza. Esistono quindi nei miei sogni, che non è necessariamente un male.
Ho imparato a respirare più piano.
Comincio a vedere l’ansia come la compagna d’avventure che non ho mai avuto.
La cosa più importante per me è l’amore. No, scusate, la pasta è più importante. Anzi, probabilmente il caffè.
Mi crea più difficoltà fare la lavatrice che spiegare meccanica quantistica.
“Mi fai ridere” è la frase più bella che una ragazza possa dirmi. Anche la più brutta.

Wednesday Morning, 3 A.M.

I giorni precedenti alla mia prima presentazione ad una conferenza non riuscivo a dormire e facevo fatica a mangiare, quasi peggio di quando m’innamoro. Mi capitava di svegliarmi in piena notte, accendere il pc e modificare qualcosa della presentazione che tanto di dormire non se ne parlava. A quella conferenza poi andai da solo, salito sul palco iniziai a parlare della struttura dei metalli liquidi ad un pubblico non troppo interessato. Tremavo, per l’emozione e per il pessimo periodo in cui mi capitò di fare questa cosa. Purtroppo (?) sono un tipo iper-sensibile e facilmente emozionabile, mi ricordo che alle elementari non riuscivo neanche a recitare le poesie di fronte alla classe. In qualche modo, però, l’ho spuntata. Ci sono state poi altre conferenze a cui sono sopravvissuto nonostante la mia appartenenza al cluster C. Di volta in volta diventa più facile, la pratica rende perfetti, ma quella prima volta per me fu davvero estenuante. Ad oggi, ogni volta che passo un momento di difficoltà o di blocco, ripenso a quella situazione pensando che se sono stato in grado d’affrontarla posso affrontare qualsiasi cosa. Un po’ aiuta.

Il paradosso di Braess

[tratto da futilitycloset]

2016-03-08-braess-paradox

Il diagramma sopra indica schematicamente una rete di strade dove T è il numero di viaggiatori. Il tratto di strada dall’inizio (START) ad A si percorre in un tempo t = T/100 minuti, maggiore quindi i viaggiatori, maggiore il tempo. Stesso cosa per il tratto che va da B alla fine (END). I due rimanenti tratti vengono percorsi con un tempo costante di 45 minuti. Immaginiamo ora 4000 automobilisti che vogliono viaggiare da START fino ad END. Il percorso superiore e quello inferiore sono praticamente identici, quindi i viaggiatori si divideranno in due gruppi e ciascuno impiegherà 2000/100 + 45 = 65 minuti. Supponiamo ora che venga creata una scorciatoia fra A e B che può essere fatta con un paio di minuti. A questo punto ogni automobilista prenderà la strada superiore da START ad A perchè nel peggiore dei casi impiegherà 4000/100 = 40 minuti che è minore dell’altro tratto, per poi passare da B fino ad END nel tratto inferiore per le stesse ragioni. Come risultato, ora ogni viaggiatore impiegherà 4000/100 + 4000/100 = 80 minuti per percorrere l’intero tratto, 15 minuti in più di quanto ne impiegava prima. Nessuno singolo viaggiatore è intenzionato a fare il percorso precedente perchè ora impiegherebbe 4000/100 + 45 = 85 minuti. Se tutti i viaggiatori agissero come un’unica entità non prendendo la scorciatoia tutti ne gioverebbero, ma al singolo non conviene. Questo è conosciuto come paradosso di Braess.

Ora, perchè vi parlo di matematica nonostante io non sia un matematico (anche se ci sono miei parenti che giurerebbero il contrario)? Cosa ci insegna tutto questo? Diverse cose. Innanzitutto che non riesco a ricordarmi quello che ho fatto la settimana scorsa, ma riesco a ricordarmi di una cosa letta mesi fa in un blog. Il cervello è strano. La seconda è che non riesco mai a prendere sonno la domenica sera, quindi mi ritrovo spesso a scrivere, musica nelle orecchie, genere dipendente dall’umore, oppure a rincorrere i miei pensieri. Tornando seri, penso ci sia una lezione nascosta qui dentro e non c’è niente che io ami di più del trarre conclusioni spicciole e generalizzate da teoremi matematici o leggi fisiche.

Il problema è che come essere umani siamo molto limitati alla nostra realtà. Siamo egoisti per natura e ci curiamo soltanto dei nostri interessi, come i personaggi di Dark Souls. Non è che ci sia qualcosa di intrinsicamente sbagliato in questo, ma se poi stiamo impiegando più tempo per percorrere la strada? Fermiamoci ogni tanto a pensarci. Dovremmo muoverci come un’umanità e non come un gruppo di umani, ma temo siamo ancora parecchio lontani.